Nota: questo articolo ha scopo puramente informativo e divulgativo, non costituisce consulenza legale. Per una valutazione sulla tua situazione specifica rivolgiti a un professionista.
Da giugno 2025 è cambiata una regola che moltissime piccole e medie attività non hanno ancora sul radar: l’accessibilità del sito web (e dell’app) non è più facoltativa. E dal 2026 non è più solo teoria. Con le linee guida pubblicate da AgID a marzo 2026 e l’apertura della piattaforma pubblica di segnalazioni, l’accessibilità digitale è entrata nella fase dei controlli veri. In altre parole: chi non è a norma, oggi, può essere segnalato e sanzionato.
Vediamo con ordine cosa prevede l’European Accessibility Act, chi riguarda davvero, cosa rischi e come metterti in regola senza scorciatoie che non funzionano.
Cos’è l’European Accessibility Act (e perché riguarda anche te)
L’European Accessibility Act (EAA) è la direttiva europea 2019/882 che impone a prodotti e servizi digitali di essere utilizzabili anche dalle persone con disabilità: chi non vede, chi non sente, chi ha difficoltà motorie o cognitive. In Italia è stata recepita con il D.Lgs. 82/2022, che estende ai privati obblighi che prima riguardavano quasi solo la Pubblica Amministrazione e le grandissime aziende (la vecchia “Legge Stanca”).
Gli obblighi per i privati sono in vigore dal 28 giugno 2025. Il passaggio decisivo però è arrivato nel 2026: a marzo AgID ha pubblicato le linee guida operative (con i criteri tecnici di verifica) e ha attivato una piattaforma pubblica di segnalazioni. Da quel momento chiunque — un cliente, un’associazione, persino un concorrente — può segnalare un sito non conforme. Il 2026, insomma, si annuncia come l’anno dei primi controlli veri.
La tua azienda è obbligata? Chi deve adeguarsi e chi è esente
La norma non riguarda indistintamente qualsiasi sito, ma colpisce in pieno i settori più diffusi tra le PMI che vendono online o erogano servizi al pubblico. Rientrano tra i soggetti obbligati, in particolare:
- E-commerce e negozi online di qualsiasi dimensione (è il caso più frequente);
- servizi bancari e finanziari al consumo;
- trasporti passeggeri (siti, app, biglietterie);
- comunicazioni elettroniche e servizi di media audiovisivi;
- e-book ed editoria digitale.
L’obbligo vale sia per il sito che per l’eventuale app. L’unica vera esenzione è per le microimprese, cioè le realtà con meno di 10 addetti e meno di 2 milioni di euro di fatturato annuo (servono entrambi i requisiti). Attenzione però: l’esenzione decade se l’azienda ha ricevuto fondi pubblici — ad esempio PNRR — destinati anche all’accessibilità.
Tradotto: se hai un e-commerce e non sei una microimpresa, con ogni probabilità sei dentro. E anche chi non è formalmente obbligato ha ottime ragioni per adeguarsi, come vedremo alla fine.
Cosa serve a un sito per essere accessibile
Lo standard tecnico di riferimento sono le WCAG 2.1 di livello AA (insieme alla norma EN 301 549). Non è nulla di esoterico: sono buone pratiche di progettazione che, in concreto, significano soprattutto queste cose:
- Navigazione da tastiera: tutto il sito dev’essere utilizzabile anche senza mouse, in modo ordinato e prevedibile.
- Contrasto dei colori sufficiente: almeno 4,5:1 per il testo normale e 3:1 per i testi grandi, così chi ha problemi di vista legge senza fatica.
- Testo alternativo (alt) su tutte le immagini informative, perché gli screen reader possano descriverle.
- Form etichettati bene: ogni campo con la sua label e messaggi di errore chiari, che spiegano cosa correggere (non un semplice bordo rosso).
- Nessuna informazione affidata al solo colore, focus sempre visibile e mai “intrappolato” dentro pop-up e menu.
- PDF e documenti scaricabili anch’essi accessibili.
Le linee guida AgID richiedono inoltre di formalizzare la conformità con una dichiarazione di accessibilità, corredata di firma digitale e marca temporale, da conservare per cinque anni. In pratica non basta “essere a posto”: bisogna anche poterlo dimostrare.

Cosa rischi davvero nel 2026 (e perché un plugin non basta)
Il meccanismo di controllo è semplice e rapido. Alla segnalazione di non conformità, l’azienda deve rispondere con un piano di adeguamento entro 30 giorni: se resta in silenzio o non interviene, scatta il procedimento sanzionatorio. Le sanzioni vanno da 5.000 a 40.000 euro per violazione, e possono arrivare fino al 5% del fatturato per le imprese più grandi.
Qui va sfatato un mito pericoloso. Molti pensano di risolvere installando un “overlay” di accessibilità — quel plugin che aggiunge il pulsantino con le opzioni di lettura. Non funziona, né tecnicamente né legalmente. Questi strumenti applicano ritocchi superficiali e spesso creano nuove barriere per chi usa screen reader. Non è un’opinione: nel 2025 la FTC statunitense ha multato per 1 milione di dollari il più noto fornitore di overlay per pubblicità ingannevole; e sempre negli Stati Uniti, solo in quell’anno, centinaia di aziende che si credevano “protette” da questi widget sono state comunque citate in giudizio.
L’accessibilità vera si costruisce alla fonte: codice semantico corretto, struttura pensata per tutti, contrasti e componenti accessibili fin dal progetto. È esattamente la differenza tra un sito costruito su misura e un sito “rattoppato” all’ultimo.
Come metterti in regola (senza panico)
Il percorso, in concreto, è questo:
- Audit del sito attuale con strumenti e verifica manuale, per capire quali requisiti WCAG 2.1 AA mancano.
- Interventi correttivi su contrasti, struttura, form, navigazione da tastiera e contenuti (testi alternativi, PDF).
- Dichiarazione di accessibilità e documentazione da conservare.
- Un minimo di monitoraggio nel tempo, perché ogni nuova pagina o funzione va mantenuta conforme.

Se stai valutando un sito nuovo o un e-commerce, la strada più economica è partire già accessibili: rifarlo dopo costa molto di più. Se invece hai già un sito, il primo passo è capire quanto è distante dalla norma. È lo stesso approccio “a prova di controllo” che consigliamo per essere a norma GDPR e cookie: meglio sistemare prima, con calma, che rincorrere una segnalazione.
Un’ultima nota, perché non è solo una questione di multe: rendere accessibile il sito significa aprirlo a oltre 3 milioni di persone con disabilità in Italia, migliorare la SEO (codice pulito, testi alternativi e struttura chiara piacciono anche a Google) e rafforzare la reputazione del tuo brand. È un investimento che rende, non solo un obbligo da subire.
Domande frequenti
La mia piccola attività è esente?
Solo se sei una microimpresa con meno di 10 addetti e meno di 2 milioni di euro di fatturato (entrambi i requisiti). E anche in quel caso l’esenzione decade se hai ricevuto fondi pubblici, ad esempio PNRR, legati all’accessibilità. Fuori da questo caso, se offri servizi come un e-commerce, sei con ogni probabilità obbligato.
Vale anche per il mio sito già online, o solo per i siti nuovi?
Vale anche per i siti e i servizi già esistenti. Per alcune situazioni preesistenti sono previsti margini di adeguamento graduale, ma la direzione è chiara: il sito va reso conforme, non “congelato” com’è.
Basta installare un plugin o un widget di accessibilità?
No. Gli overlay non garantiscono la conformità WCAG e in diversi casi peggiorano l’esperienza per chi usa tecnologie assistive. Non ti mettono al riparo da segnalazioni e sanzioni. Serve un lavoro sul sito, non una toppa.
Cosa succede se qualcuno mi segnala?
Ricevi una richiesta a cui devi rispondere con un piano di adeguamento entro 30 giorni. Se ignori la segnalazione, si apre il procedimento con sanzioni da 5.000 a 40.000 euro per violazione.
Riguarda solo gli e-commerce?
L’e-commerce è il caso più frequente, ma la norma copre anche servizi bancari e finanziari, trasporti, comunicazioni elettroniche, media audiovisivi ed e-book, sia via sito che via app.
Vuoi un sito accessibile e a norma, senza pensieri?
I siti che realizziamo nascono già conformi lato tecnico agli standard WCAG 2.1 AA — codice semantico, contrasti corretti, navigazione da tastiera — non con un plugin applicato all’ultimo momento. Se invece hai già un sito, facciamo un check gratuito dei punti critici e ti diciamo esattamente cosa serve per metterlo in regola.
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Technical Leader e Cloud Engineer. Progetto e realizzo app mobile, applicazioni enterprise e soluzioni basate sull'intelligenza artificiale, dai chatbot alle integrazioni AI su misura, con attenzione a scalabilità, affidabilità e sicurezza. Sul blog condivido consigli pratici su come costruire prodotti digitali solidi.
